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Prevenzione

La prevenzione è l’arma più efficace per sconfiggere sul tempo il cancro. Il 40% dei casi di tumore potrebbe essere evitato grazie agli stili di vita sani (no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante), all’applicazione delle normative per il controllo dei cancerogeni ambientali e all’implementazione degli screening. Il concetto di prevenzione del cancro ha assunto maggiore importanza negli ultimi decenni, in seguito all’incremento dei nuovi casi. Si è passati da un approccio solamente curativo a uno preventivo. Risale al 1981 la pubblicazione, da parte di due importanti epidemiologi (Richard Doll e Richard Peto), del primo elenco scientificamente controllato dei principali fattori di rischio che determinano la comparsa di un cancro. Tra gli elementi individuati in questo studio compaiono il fumo di sigaretta, l’alimentazione e altre cause come virus, ormoni e radiazioni.

Fumo di sigaretta
Più di centomila casi di cancro ogni anno in Italia sono dovuti alle sigarette. L’85-90% di quelli al polmone, il 75% alla testa e collo (in particolare a laringe e faringe), il 25-30% al pancreas. Evidente l’impatto delle sigarette anche nell’incidenza del cancro della vescica, uno dei più frequenti. Il fumo inoltre aumenta del 50% la probabilità di sviluppare una neoplasia del rene e fino a 10 volte all’esofago. Secondo l’American Cancer Society, il consumo di tabacco è responsabile ogni anno nei Paesi industrializzati di circa il 30% di tutte le morti.
Una sigaretta contiene non solo tabacco, ma anche un numero altissimo di elementi dannosi e nocivi per il nostro organismo. A ogni boccata, durante la combustione, si sprigionano più di 4.000 sostanze chimiche. Tra le più pericolose il catrame, che contiene elementi cancerogeni che si depositano nel polmone e nelle vie respiratorie. La nicotina, invece, è un alcaloide che influenza il sistema cardiovascolare e nervoso e induce dipendenza. Non cominciare a fumare è il miglior modo per ridurre nettamente il rischio di moltissime forme di tumore.

Dieta
Tre tumori su dieci nel nostro Paese sono causati da un’alimentazione scorretta. Le neoplasie più influenzate da ciò che mangiamo e dai chili di troppo sono quelle al colon-retto, seno, prostata, pancreas, fegato, ovaio, rene, esofago, cervice, utero ed endometrio. Molte di queste malattie potrebbero essere evitate grazie alla dieta mediterranea. Si tratta di una vera e propria cultura alimentare nata e sviluppatasi nei secoli da popolazioni di contadini e pescatori, che si alimentavano con i prodotti dei loro campi o col pescato. Quando si parla di dieta mediterranea non si intende solo uno specifico programma dietetico, ma un insieme di abitudini caratterizzate dal consumo di cibi freschi. Il ruolo fondamentale della dieta mediterranea è stato riconosciuto anche dall’Unesco, che nel 2010 l’ha inserita nella lista dei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato, nel tempo, un legame tra questo regime alimentare e la diminuzione del rischio di malattie cardiovascolari e tumori. I suoi punti forti sono l’elevata quantità di frutta e verdura in grado di fornire vitamine e sali e minerali; il limitato consumo di cibi contenenti grassi saturi e colesterolo; l’introito dei preziosi acidi grassi polinsaturi, l’uso di cereali soprattutto integrali, la forte presenza di omega-3 derivanti dal pesce azzurro e degli omega-6, ottenibili dagli oli vegetali (oliva, mais e girasole).

Attività fisica
Il 20% delle neoplasie è causato dalla sedentarietà. Sono stati pubblicati sulla rivista JAMA Internal Medicine i risultati di un’indagine su un numero elevato di persone (circa un milione e mezzo di cittadini americani e del Nord Europa) che ha evidenziato la forte correlazione tra attività fisica e riduzione del rischio per tredici diverse forme di tumore. Questo calo è stato stimato in una percentuale compresa tra il 10 ed il 42%. In particolare, correre, camminare o nuotare regolarmente diminuisce di oltre il 20% la probabilità di ammalarsi di alcuni tumori come quelli a fegato e rene, e di oltre il 40% di cancro all’esofago. I partecipanti sono stati seguiti per 11 anni. In media coloro che effettuavano attività fisica lo facevano per circa 150 minuti a settimana (cioè un allenamento di 50 minuti per tre volte a settimana) che corrisponde a quanto previsto dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Attività Fisica 2016-2020. Un’altra pubblicazione sulla stessa rivista ha mostrato una forte riduzione del rischio di neoplasie del sistema digestivo, valutabile intorno al 37%. Sono risultati molto importanti e superiori rispetto anche ai più efficaci mezzi terapeutici. I meccanismi che determinano l’effetto protettivo dell’attività fisica sono rappresentati dal rafforzamento della funzione immune e dalla diminuzione di fattori infiammatori.

Gli screening anticancro
In Italia, secondo le indicazioni del Ministero della Salute, il Servizio Sanitario Nazionale fornisce gratuitamente tre programmi di screening oncologici rivolti alle fasce di popolazione considerate a rischio per il tumore del seno (mammografia ogni due anni per le donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni), della cervice uterina (Pap-test ogni tre anni per le donne tra i 25 e i 64 anni) e del colon-retto (per uomini e donne ricerca del sangue occulto nelle feci ogni due anni tra i 50 e i 69 anni). Le modalità e l’adesione delle autorità sanitarie a queste campagne di screening possono poi variare a livello regionale.
Infatti alcuni programmi regionali di screening hanno sostituito il Pap-test con il test HPV (Human Papilloma Virus, Papilloma virus umano), nell’ambito di progetti pilota o attività di routine, a seguito della pubblicazione delle raccomandazioni del Ministero della Salute nel Piano Nazionale della Prevenzione. Il nostro Paese, primo in Europa insieme all’Olanda, ha deciso di innovare questo programma di prevenzione dando indicazione ai decisori regionali di spostarsi verso l’HPV come test primario dello screening cervicale. È un cambiamento che sta progressivamente prendendo piede: il test HPV viene proposto a partire dai 30-35 anni con intervallo quinquennale, mentre nella fascia di età precedente, fra i 25 e i 30 anni, si continuerà a utilizzare il Pap-test con intervallo triennale. Numerosi studi hanno evidenziato una maggiore sensibilità del test HPV nell’individuazione di lesioni tumorali rispetto al Pap-test.